Il Malpensante
Pier Paolo Pasolini:
"Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi."
Tratto da: P.P.Pasolini "Scritti Corsari" Milano, Garzanti, 1977
 

23 novembre 2005

Soluzione finale

Guardate bene queste due foto e non lasciatevi ingannare dalle apparenze.

Questi qui accanto sono i paladini della libertà, i portatori sani di democrazia che hanno le idee chiare sul modo di risolvere i problemi che assillano il pianeta. Due di loro stanno guardando degli asini volanti che sono loro stati testè indicati dal terzo della banda.

Nlla foto sotto ci sono invece quattro terroristi, nemici della democrazia, giustiziati dalla coalizione dei giusti - vabbe', erano ancora bambini, ma di sicuro da adulti sarebbero diventati kamikaze: è per questo che l'hanno chiamata guerra preventiva, no?


Non so se avete visto il reportage di RAI NEWS 24 sull'uso del fosforo bianco nell'attacco alleato a Falluja. Bush è davvero un grandissimo, un uomo vero, di quelli che non si perdono mai di animo:
non avendo trovato in IRAQ le armi chimiche, ce le ha portate lui!

Ma se queste bestie non finiscono davanti al Tribunale Internazionale per i diritti dell'Uomo dell'Aia, che credibilità possono poi avere i processi ai dittatori?

22 novembre 2005

Pensionati

L'ultima di Berlusconi riguarda l'uso, da parte dell'Unione, di agenti-pensionati sugli autobus per mettere in cattiva luce le riforme del governo.
Se non si trattasse di un già noto copione di bizzarra disinformazione, si potrebbe pensare che il premier sia ormai preda di attacchi di paranoia.
Per fortuna, Berlusconi non crede a quel che dice e, ci si augura, anche la maggior parte dei cittadini - forse tutti a questo punto - guarda con affettuosa accondiscendenza a questa inarrestabile deriva comunicazionale.
Ma c'è ddavvero qualcuno che può immaginare delle adunate carbonare di pensionati mercenari nelle sezioni di partito o nella fabbrica del programma durante le quali vengono addestrati a salire sugli autobus - tanto hanno l'abbonamento gratuito! - per insinuare il seme del dubbio in schiere di altri, retti pensionati? Qual è l'antidoto, allora? Forse megacartelli con il monito: "Attento, il pensionato ti inganna!!!"
Possiamo anzi immaginare le prossime scoperte del cavaliere sulle azioni di sabotaggio del nemico: beghine che in Chiesa, fra un rosario e una questua, fanno proseliti a favore della pillola del giorno dopo; calciatori sleali che, abbracciando un avversario in area di rigore, gli sparano le cifre dell'inflazione percepite (tanto gli arbitri sono comunisti e il rigore non lo fischiano); bancari infingardi che, accettando un bonifico, sparlano dell'ultima finanziaria.
Berlusconi si consoli. Fra un annetto il pensionato sarà lui e potrà vendicarsi distribuendo volantini anti-Prodi sui bus e nelle piazze cittadine.

21 novembre 2005

La guerra di Bush

George W. Bush, 20 marzo 2003: "Miei concittadini, a quest'ora le forze americane e della coalizione sono impegnate nelle prime fasi dell'operazione militare intesa a disarmare l'Iraq, a liberare il suo popolo e a difendere il mondo da un grave pericolo."

George W. Bush, 1 maggio 2003: "I combattimenti in Iraq sono finiti e la coalizione ha vinto."

George W. Bush, 19 novembre 2005: "Lotteremo contro i terroristi in Iraq e continueremo a combattere fino a quando non avremo conquistato la vittoria per la quale le nostre coraggiose truppe si sono battute ed hanno versato il sangue."

2003-2005: almeno 20.000 iracheni morti, in gran parte civili - 2.000 soldati americani uccisi - morti anche altri 300 soldati della coalizione

20 novembre 2005

Panem et circenses

Renato Brunetta è quel buffo signore dai folti e disordinati capelli che, ogni volta che appare in TV, schernendo gli avversari politici con ingiustificata sicumera, fa perdere qualche migliaio di voti a Berlusconi, del quale risulta essere, inpinatamente, consigliere economico (considerando che l'esito della consulenza è quel popò di disastro che ci troviamo davanti, sappiamo ora con chi prendercela).
Non contento dei danni fatti, non ha resistito alla tentazione di sbeffeggiare anche il mondo della cultura che si era sollevato perché la legge finanziaria per il 2006 tagliava il Fondo unico per lo spettacolo.
"Quel taglio - ha sostenuto - era una necessita', ma alla fine si e' fatto marcia indietro. Avremmo dovuto dire che per quest'anno il contributo scendeva del 40% e che per l'anno prossimo non ci sarebbe stata una lira. I soldi per fare cultura si destinano alle scuole e per acquistare libri, non a chi detiene l'egemonia culturale."
Brunetta, che crede di essere spiritoso ed è infatti noto soprattutto per aver dato senza motivo della 'mammoletta' all'ex-ministro Bersani, dovrebbe sapere che al popolo, fin dai tempi di Nerone, bisogna dare pane e spettacolo. Ora, siccome i neroni al governo, il pane ci hanno costretto a limitarlo, sarebbe opportuno, che dopo non avere offerto altro per l'intera legislatura, ora non ci negassero anche il circo. Perciò: a Brune', facce ride!

11 novembre 2005

La tv e il potere

Ora che è (finalmente) finito, vorrei fare alcune considerazioni su Rockpolitik, il programma trash-cult di Celentano.
1) Trovo ridicolo che, per circa un mese, un varietà abbia quasi monopolizzato l'attenzione del mondo politico, come se mancassero ben più importanti argomenti. Finché ci marcia Bruno Vespa, ci sta pure. Non è la prima volta, né purtroppo sarà l'ultima, che una puntata di Porta a Porta si occupa di temi degni al più di Novella2000.
Ma che ci vanno a fare i politici in una trasmissione così, a parlare di siffatte amenità, concionando sulla qualità dello spettacolo e il livello di comicità di questo o quell'ospite, impegnandosi nell'esegesi del Celentano-pensiero neanche fosse un maitre à penser?
2) Il guaio è che la televisione, almeno negli ultimi 15 anni, è stata promossa a luogo pressoché unico di produzione ed affermazione delle idee. E' in TV, e non in Parlamento, che nascono proposte di legge, si comunicano decisioni politiche, si firmano contratti con gli italiani, si dibatte, si sviluppano conflitti, più o meno autentici. Tutto gira intorno alla televisione. Al punto che anche un libro di Vespa, non in quanto giornalista, ma in quanto uomo tv, risulta lo strumento più idoneo per confidare opinioni esclusive, che da un politico ci si aspetterebbe di ascoltare in più opportune sedi istituzionali.
In tal modo la televisione, da veicolo di informazione, diviene essa stessa soggetto dell'informazione e al contempo information-maker, nella verifica più clamorosa delle tesi di McLuhan.
3) Ma se per un periodo, nell'epoca aurea del santorismo, si era fatta strada l'idea che la piazza potesse essere trasferita sul tubo catodico, oggi la piazza scompare, viene considerata un interlocutore passivo e distante, ancillarmente pendente dalle labbra dell'imbonitore di turno. E proprio chi la pensa in questo modo, perché ha fortemente voluto e prodotto questa deriva, e cioè Berlusconi e il berlusconismo, si solleva ad ogni stormir di fronda, accusando comici e conduttori di voler manipolare l'opinione pubblica.
4) Se è vero, come si sostiene, che Celentano sposta 800.000 voti - ma verso quale schieramento? - con una confusa lectio proto-ecologica, il problema evidentemente non sta nelle parole e neppure nelle intenzioni del "Molleggiato", ma nella facilità con la quale il telespettatore riesce evidentemente a farsi condizionare/infinocchiare dal verbo televisivo, chiunque lo pronunci. Se manipola Cornacchione a maggior ragione manipola Berlusconi con il contratto da Vespa o Fassino dalla De Filippi.
5) L'altro tema che ha provocato dibattiti - ahi quanto bolsi e risaputi - è quello della libertà di satira. Nessuno ha osato mettere in discussione la libertà di satira, ma ci sono stati distinguo tanto sulla sua diversità all'interno del servizio pubblico quanto sulla presunta monomaniacalità antiberlusconiana.
Questioni di lana caprina. Se la satira è libera, lo deve essere sia sulle emittenti private - di proprietà del principe - che sui canali della rete pubblica, così come nell'editoria, sulla stampa, nel cinema, nelle arti.
La satira antiberlusconiana, poi, è una conseguenza talmente normale del berlusconismo da far apparire bizzarra qualsiasi diuscussione in merito. Intanto perché Berlusconi è quel che è: un personaggio popolarissimo, che tutti conoscono e che può essere facilmente parodiato in una macchietta che fa la gioia di imitatori e battutisti. E quindi perché, anche se fosse solo lui il bersaglio della satira - e non lo è - dipenderebbe dal fatto che la satira svillaneggia il potere.
Si obietta che Berlusconi fosse oggetto di satira anche quando era all'opposizione. Giusto così. Perché il potere non è solo quello politico. E Berlusconi aveva potere, sia pure con minore popolarità,anche prima di scendere in campo, e anche quando è stato all'opposizione ha mantenuto un enorme potere.
Oggi Pippo Baudo viene ancora imitato, ma è stato sbeffeggiato molto di più quando gestiva un grande potere televisivo. Per tacere delle decine di personaggi che subiscono imitazioni, anche molto corrive, che ne mettono in evidenza tic e manie.
La satira e la comicità si concentrano quindi tanto sui difetti che sul potere. Berlusconi ha in tale abbondanza difetti e potere da essere perciò il protagonista ideale della satira di oggi. Al punto che, piuttosto spesso, non ha bisogno nemmeno di imitatori per provocare l'effetto comico in telespettatori ed elettori.

10 novembre 2005

La faccia

Cesarone questa volta ci ha messo la faccia. Finora era pubblicamente rimasto ai margini della discussione sulla legge dai tanti nomi - ex-Cirielli, "salva-Previti" - dal momento che lo riguardava piuttosto da vicino. Se fosse stata approvata nella formulazione post-cirielli, avrebbe d'un colpo mandato in prescrizione i processi nei quali Previti è coinvolto e lo avrebbe salvato da probabili condanne definitive.
In qualche rara intervista aveva fatto balenare l'ipotesi di voler rinuciare alla prescrizione per dimostrare che la norma voluta dalla maggioranza non era da considerarsi ad-personam.
Ma dopo l'emendamento UDC che ha escluso i processi successivi al primo grado di giudizio, cioè anche quelli nei quali è invischiato l'ex-ministro della Difesa (ma è mai possibile che abbiamo dovuto tollerare anche questo???), ha finalmente gettato via la maschera.
"Si arriva così al paradosso che una legge accusata di essere ad personam si è trasformata in una legge contra personam unam", ha sostenuto Previti.
E' una frase che contraddice tutte le teorie minimizzatrici della maggioranza sulla reale finalità di questa altra assurdità legislativa.
Basta una breve analisi per appurarlo.
Le accuse degli oppositori della legge - l'opposizione parlamentare, la magistratura, l'ordine forense - si basavano su due aspetti: il primo riguardava la diminuzione dei tempi di prescrizione per i reati e con le modalità che riguardavano proprio Previti; la seconda era che, pur di salvare l'avvocato e complice di Berlusconi, si provocava una vera e propria amnistia, cancellando un numero spaventoso di processi in corso, molti dei quali riguardavano reati gravissimi e odiosi come l'usura.
I fautori della ex-Cirielli replicavano che solo casualmente Previti veniva favorito da una norma che riguardava invece tutti i cittadini e tendeva al contrario a offrire una soluzione alle povere vittime sotto processo penalizzate dai ritardi dei famigerati magistrati scansafatiche.
Se Previti non c'entrava prima, non c'entra allora neanche adesso. Per alcuni reati, lo ha detto il Procuratore Generale di Cassazione, sarebbero stati cancellati fino all'80% dei processi già passati in Corte d'Appello. E Previti non poteva essere coinvolto in tutti.
E' vero, se proprio si voleva ridurre la discrezionalità dei giudici in materia di prescrizione si sarebbe almeno potuto non limitare l'esenzione dell'applicabilità della nuova normativa ai soli processi che hanno superato il primo grado di giudizio, ma attuare la norma solo ai procedimenti avviati in data successiva alla sua entrata in vigore. Ma in ogni caso, se la legge non era ad personam non può ora essere contra personam come sostiene Previti.
La sua protesta, adesso, dimostra invece la fondatezza di tutti i peggiori sospetti che hanno accompagnato il faticoso cammino di questa proposta.

07 novembre 2005

Voglia di inciucio

In poco più di 24 ore, uno dopo l'altro, due ministri del moribondo governo in carica, lanciano messaggi all'opposizione.

Il primo è stato il superministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che ha disegnato un'ipotesi di Grande Coalizione alla tedesca al fine di salvare il paese dalla deriva. Nell'invito alla responsabilità rivolto agli avversari politici, fino a ieri arrogantemente vilipesi, omette colpevolmente di ammettere le colpe sue e della maggioranza della quale fa parte nel depauperamento economico e di immagine dell'Italia. Non è sospetto che non ci abbia pensato 3 anni fa quando le cose andavano già, con tuta evidenza, malissimo?

A stretto giro, il ministro della Difesa, ha proposto un accordo bipartsian per uscire dal pantano iracheno. Dopo aver picconato per mesi il pacifismo del centrosinistra, oggi Martino suggerisce un accordo all'opposizione per definire i termini della exit strategy. Evidentemente la crisi di Bush, il Nigergate e le ultime, atroci notizie sull'uso di armi chimiche da parte dell'esercito americano in IRAQ, suggeriscono una spartizione delle responsabilità, in modo da non affrontare senza rete il giudizio popolare anche su questo disastro del governo. Peccato non aver cercato l'accordo quando si doveva decidere se prendere parte alla guerra illegittima voluta dall'amministrazione americana e motivata da false prove contro l'IRAQ.

Sono gli ultimi colpi di coda di una maggioranza che ha preteso di governare come fosse un regime. E sono anche il segnale che la percezione della fine imminente ha ormai gettato nello sconforto anche i più arroganti tra i leader del centrodestra.
A poco serviranno le ultime leggi volute da Berlusconi come la riforma elettorale e l'abolizione della par condicio. Quand'anche venissero approvate non potrebbero modificare sostanzialmente l'esito dello scontro elettorale di primavera.
A patto naturalmente che nessuno, nel centrosinistra, ceda alla tentazione di inciuciare, magari mascherando gli accordi come se fossero gesti di responsabilità politica da parte di grandi uomini di stato. Speriamo che gli errori fatti da D'Alema in passato - tanto per non fare nomi - siano serviti d'esempio e che tutti nell'Ulivo e nella coalizione oggi all'opposizione siano consapevoli che di Berlusconi e dei suoi sodali non c'è da fidarsi. Mai.

03 novembre 2005

Una brillante famiglia

Mi piacciono i Guzzanti.
Be', forse escluderei la più giovane, Caterina, che mi diverte poco.
Ma Corrado è un imitatore e un comico eccezionale. Da Prodi a Rutelli, da Bossi a Tremonti, le sue interpretazioni sanno cogliere gli elementi centrali del personaggio, quella caratteristica che ne definisce l'identità. Parodiare proprio questi aspetti è l'esercizio più efficace delle sue performance. E poi è divertente anche quando caratterizza gli stereotipi sociali: Lorenzo, Scafroglia, il massone, il poeta de paura... Il suo lavoro è sempre da ammirare.
Sabina è più cattiva, più diretta. Fa letteralmente a pezzi i personaggi che imita. Che si tratti di D'Alema o di Berlusconi, di Valeria Marini o della Annunziata, chiunque esce devastato dalla rappresentazione che l'attrice ne sa dare.
Tuttavia il mio preferito è il papà, Paolo Guzzanti. Noto come giornalista ed ora politico, della sua verve comica si rammenta solo una fugace imitazione telefonica del presidente Pertini in diretta con una trasmissione di Renzo Arbore. Oggi le cronache se ne occupano solo per mettere in luce la sua attività di senatore di Forza Italia e malignare sul suo passaggio ideologica dalla sinistra alla destra.
Si perde così di vista lo straordinario talento dell'uomo che, invece, da alcuni anni sta interpretando con inimitabile maestria il suo personaggio più riuscito.
Il Paolo Guzzanti odierno, vicedirettore del Giornale e parlamentare forzitaliota non è altro che l'imitazione dell'eponimo del trasmigratore politico e ideologico di cui, negli ultimi anni, abbiamo conosciuto tanti, più rozzi esempi, come Nando Adornato.
E' per questo che mi permetto di chiedere un lungo applauso alla straordinaria imitazione che Paolo Guzzanti fa di sé stesso.

02 novembre 2005

Un paese normale?

E così la guerra sporca, l'invasione illegittima dell'IRAQ che ha provocato 20.000 morti tra gli iracheni, in gran parte civili, 2000 vittime tra i militari americani e oltre 30 italiani, non solo è stata dichiarata sulla base di pretesti falsi, ma ha potuto contare anche su patacche forse veicolate dai servizi segreti italiani. Naturalmente con il pieno appoggio del governo Berlusconi che non voleva lasciare nulla di intentato nella corsa al premio come miglior bushista del mondo, in competizione con gli amici Blair ed Aznar.
Ha un bel dire di essere sempre stato contro l'invasione di Baghdad: nei fatti, Berlusconi è stato fra i primi alleati di Bush. Ha appoggiato la filosofia della guerra preventiva e dell'esportazione della democrazia con le armi. Lo ha fatto con dei gesti inequivocabili, mandando a morire dei ragazzi italiani, spingendo i media di cui è proprietario a diffondere nell'opinione pubblica le menzogne prodotte dagli panzer dell'amministrazione USA per giustificare l'aggressione all'IRAQ.
In un paese normale, questi comportamenti avrebbero provocato iniziative della magistratura a tutela della costituzione, reazioni dell'opinione pubblica, prese di posizione nette da parte dell'opposizione e, in alcuni auspicabili casi, anche dei partner della maggioranza.
In un paese normale il capo dei servizi segreti si sarebbe dimesso. Il suo gesto avrebbe trascinato con sé i suoi referenti istituzionali, a cominciare dal ministro della Difesa per finire al sottosegretario alla presidenza del Consiglio che ha la dele ga per i servizi.
In un paese normale, il fallimento della guerra illegittima, i morti innocenti, le patacche spacciate per giustificare l'intervento, avrebbero spinto il premier a farsi da parte o almeno a chiedere agli elettori un segno di fiducia.
In Italia sono tutti invece al loro posto: Pollari, Martino, Letta. E ovviamente Berlusconi.
Ma l'Italia non è un paese normale. Se lo fosse, del resto, non avrebbe mai avuto Berlusconi come Presidente del Consiglio.