Il Malpensante
Pier Paolo Pasolini:
"Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi."
Tratto da: P.P.Pasolini "Scritti Corsari" Milano, Garzanti, 1977
 

31 maggio 2004

Diritto di privacy

Torniamo per un attimo alla lettera berlusconiana - di cui è stato annunciato l'invio a 15 milioni di incolpevoli famiglie italiane - per scusarci di una grave disattenzione.
A pagina 4, una pagina bianca con una nota sperduta sul fondo, ci sono tutte le informazioni relative al trattamento dei dati personali.
Apprendiamo dunque che i dati personali dei 15 milioni di destinatari dell'amena missiva piena di informazioni fasulle sono estratti da elenchi pubblci.
La buona notizia è che, ai sensi dell'art. 7. d. lgs 196/2003, chiunque può richiedere di consultare, modificare, chiedere di integrare, rettificare e soprattutto CANCELLARE il suoi dati o opporsi al loro trattamento. Per farlo dovrebbe essere sufficiente scrivere a:
"Ufficio propaganda Forza Italia"
via dell'Umiltà 36
00186 Roma
Ci sono anche un numero di fax - 06 6792632 - e un indirizzo di mail: trattamento.dati.privacy@forza-italia.it
Non sarebbe bello se la gran parte di quei 15 milioni di cittadini, per pura cortesia, rispondessero alla missiva del premier richiedendo la cancellazione del porprio nome dalle liste della propaganda forzaitaliota?

29 maggio 2004

Il perdono

La legge Bossi-Fini non sarà forse razzista, ma è sicuramente una legge discriminatoria e sbagliata. Non a caso è quella che ha collezionato il maggior numero di eccezioni di incostituzionalità (ben 657) nell'intera storia repubblicana. E' una norma che ha affermato la disparità tra cittadini che abitano sullo stesso territorio, che rispondono alle stesse leggi, che pagono le imposte allo stesso fisco.
Abbiamo apprezzato lo sforzo dell'on. Fini per cancellare le tracce della storia oscura alla quale aveva fatto solo fino a ieri, voto di fedeltà ideologica. La sua richiesta di perdono per le leggi razziali ha rappresentato un notevole passo avanti che non dubitiamo sia stato il sincero frutto di una pofonda conversione civile e democratica.
Non abbiamo quindi dubbi che l'on. Fini vivrà abbastanza a lungo per poter chiedere un giorno perdono per la legge che porta la sua firma.

28 maggio 2004

La lettera

Silvio Berlusconi ci ha scritto nuovamente.
Tiene a farci sapere che si era già preso questo disturbo tre anni fa.
Ci domanda ironicamente se ricordiamo "un qualche programma presentato da uno qualsiasi dei precedenti governi". La risposta è affermativa, ce ne ricordiamo. E' accaduto che, come nel caso attuale, i partiti avessero fatto promesse che non hanno poi mantenuto. Niente di nuovo sotto al sole, insomma.
Insomma, noi ci saremmo potuti anche accontentare delle baggianate del 2001, ma il premier no, lui deve girare il coltello nella piaga. Per rammentarci i risultati dei tre anni di governo: innumerevoli, sostiene.
La scuola, dice. Sappiamo che i nostri figli potrebbero avere problemi a settembre ad avere la garanzia della stessa qualità del tempo pieno alle elementari. Alle scuole medie intanto si riducono le ore di inglese (ma non era una delle tre I della campagna elettorale?). E lui se ne prende il merito. Contento lui.
La pressione fiscale, insiste. Dai nostri modesti conti, ci siamo resi conto che alla fine non abbiamo risparmiato una lira tra irpef e tasse locali. In compenso abbiamo un potere di acquisto minore e spendiamo più di prima. E Berlusconi ci dice che è un risultato ottenuto proprio da lui, dal suo governo.
E il lavoro? "E' diventato il più flessibile d'Europa", scrive. Come se fosse un titolo di vanto la precarietà di giovani che entrano nel mercato del lavoro e anziani che sono alla faticosa ricerca di rientrarvi. In un paese dove non esiste uno straccio di salario minimo garantito e le banche non concedono prestiti o mutui a chi non ha un lavoro a tempo indeterminato. Merito di Silvio: lo dice lui.
I cantieri, i cantieri! "Non accadeva da quarant'anni che l'Italia fosse così ricca di cantieri". Ora non dubitiamo che la ditta di famiglia dell'ing. Lunardi non sia rimasta con le mani in mano, ma, a parte le misteriose opere fuori legge presso Villa La Certosa la residenza estiva in Sardegna del premier, le opere in corso di realizzione erano tutte già avviate. E tra quelle ancora al palo, ci auguriamo che alcune non partano mai, come il Ponte di Messina, un disastro ambientale ed economico, dai rischi enormi. E di tutto ciò, dobbiamo ringraziare l'esecutivo della Casa delle Libertà.
Per misteriose ragioni omette di parlare della guerra illegittima nella quale ha infilato il nostro paese, mettendo a repentaglio la vita di quasi 3000 militari solo per farsi bello agli occhi dell'amico Georgedabliu.
Unico momento di chiarezza, a pagina due, quando ammette che è presente nelle liste per le elezioni europee con una candidatura di bandiera in quanto non potrà far parte del Parlamento Europeo. Un voto per lui sarebbe quindi non solo sbagliato, ma anche sprecato.
Naturalmente termina sbrodolandosi di autocompiacimento per gli straordinari risultati ottenuti in politica estera: non li elenca per carità di patria. Ne rammentiamo almeno uno? La rottura dell'unità europea in politica estera, seguendo la folle partita di Bush e Blair in Iraq, voltando le spalle a Francia e Germania.
In sostanza c'è un fatto nuovo: Berlusconi ci dice che il governo non ha assistito passivamente al disfacimento del paese. No, ha anzi avuto un ruolo attivo. Quello che è accaduto è anche causa delle politiche del governo. E' una notevole indicazione per i cittadini chiamati a votare: quelli che si ritrovano più ricchi, sappiano che è merito di Berlusconi e lo premino alle elezioni. Quelli invece che sono più poveri, si ricordino che Berlusconi rivendica alle politiche del suo governo le responsabilità di questa situazione.
Alla letterina è allegato il solito patinato volumetto, sulla copertina del quale svetta l'immagine del premier come appare nei manifesti elettorali. Non si capisce perché non si sia fatto fare una fotografia al naturale, soprattutto dopo il lifting, ed abbia consentito che l'immagine riproducesse la statua con le sue fattezze conservata al museo di Madame Tusseaud.
Nel libretto, pieno di dati più volte smentiti dall'Istat e da altre fonti decisamente più affidabili di Forza Italia, il solito profluvio di immaginette sacre e bugie. Ormai non ci si fa neanche pù caso.
Del resto facciamo la raccolta differenziata e paghiamo la tassa sui rifiuti.
Ma un dubbio ci resta: siamo proprio sicuri che sta monnezza non ci sia costata niente?

La preghiera

Un paio di settimana fa, Piers Morgan, direttore del quotidiano inglese Daily Mirror, si è dimesso perché il suo giornale aveva pubblicato foto rivelatesi false sulle torture commesse da soldati inglesi ai danni di prigionieri iracheni. Si noti bene che l'accusa riguardava le foto e non la notizia: il Daily Mirror aveva pubblicato una notizia vera - le torture da parte di militari britannici - corredandola però con immagini false.
Il mondo anglosassone non è nuovo a vicende di questo genere. E' accaduto che si sia scoperto che alcuni giornalisti avessero vinto dei Premi Pulitzer in virtù di inchieste completamente inventate. Scoperti, avevano giustamente pagato. E solo di recente erano saltate tutte le più importanti teste al vertice della BBC perché erano stati trasmessi i servizi di Andrew Gilligan sul cosiddetto "caso Kelly".
Adesso il New York Times si scusa con i lettori per aver a suo tempo dato eccessivo risalto alle menzogne sulle presunte armi di distruzioni di massa in Iraq. "Non siamo stati rigorosi come avremmo dovuto".
Insomma hanno bevuto - quanto incolpevolmente? - le panzane dell'amministrazione Bush e le hanno propinate con convinzione ai loro lettori. Non si è dimesso nessuno, per aver pubblicato delle menzogne. Ma almeno hanno chiesto scusa.
Ogni sera diciamo una preghierina laica e ripetiamo ad oltranza un mantra a testo libero affinché a Bruno Vespa fischino le orecchie e, non dico per dignità, ma almeno per vincere il fastidioso acufene, si determini ad una piccola autocritica.

27 maggio 2004

Cortesie per gli ospiti

Quale accoglienza riservare a George W. Bush?
La destra - e come ti sbagli! - stenderà tappeti rossi e Berlusconi spargerà personalmente petali di rosa, probabilmente sintetici, al passaggio del caro amico.
La sinistra - ed anche in questo caso c'erano pochi dubbi - si divide. C'è chi preannuncia manifestazioni di protesta; chi si astiene dal manifestare, ma suggerisce di esporre ai balconi le bandiere della pace; c'è anche chi non farebbe una piega a mostrarsi istituzionalmente accanto al presidente americano. (E non è finita, perché la sinistra ha risorse sufficienti per proporre variazioni e sottovariazioni sul tema).
La mia modesta proposta è la seguente. Accogliamo Bush con tutti gli onori che si tributano ad un capo di stato straniero, mostriamogli quanto siamo superiori noi a lui. E per rimarcare ancor più il nostro aplomb, sarebbe opportuno anche un regalo. Una scatola di salatini, ovviamente.

26 maggio 2004

La civiltà

Assumereste come uomo-immagine di Telefono Azzurro un noto pedofilo?
Allora chiunque può comprendere lo sbigottimento che prende nel vedere che l'export del prodotto "civiltà occidentale" in Iraq è affidato alle qualità manageriali di Donald Rumsfeld. Cosa ha a che fare Rumsfeld con la civiltà occidentale?
Purché naturalmente sotto al cappello della civiltà occidentale ci siano dei valori che tutti condividiamo, quelli che si sono formati dopo secoli di guerre e di storia e di evoluzione culturale.
L'atteggiamento da sceriffo del west, l'idea stessa della guerra preventiva, la sete di vendetta sono tipici di un medioevo che speriamo di aver messo alle nostre spalle. Con Rumsfeld come uomo-immagine si fa fatica ad accusare l'Islam di essere rimasto indietro.

Perché la guerra

Ci sono vicende della vita politica, in relazione alle quali non abbiamo dubbi.
La verità ci appare chiara, lampante; le cause evidenti; gli effetti ineluttabili.
Noi sappiamo perché Silvio Berlusconi ha partecipato alla guerra in Iraq.
Non abbiamo bisogno di confessioni, né di prove per sapere che ha gettato sul tavolo della guerra le vite di quasi tremila militari italiani per compiacere "l'amico Bush", per avere qualche morto da giocarsi sul tavolo della pace, per evitare l'isolamento diplomatico internazionale cui era destinato.
Di che altro abbiamo bisogno per sostenere che la morte di ogni soldato italiano a Nassirya ricade completamente sulla responsabilità sua e della sua appecoronata maggioranza?

25 maggio 2004

Perché Malpensante

Pier Paolo Pasolini:
"Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato."
*Tratto da: P.P.Pasolini, "Cos'è questo golpe? Io so", Corriere della Sera, 14 novembre 1974