Coerenza o realismo?
Tra le valutazioni che ancora si continuano a fare sul risultato delle elezioni presidenziali americane, all'interno del Partito Democratico si fa strada una corrente di pensiero che potremmo definire "clintoniana". Secondo questa fazione, John F. Kerry avrebbe sbagliato molti dei messaggi lanciati in campagna elettorale, e tra questi soprattutto l'approvazione dei matrimoni tra omosessuali. Lo stesso Clinton, si dice, avrebbe avvertito lo sfidante di Bush a sostenere anzi il divieto per queste unioni, almeno negli stati in bilico - in alcuni dei quali, come in Ohio, contestualmente alle presidenziali, si è votato anche per un referendum proprio su questo tema.
John Kerry non accettò il consiglio, perdendo per questo possibili suffragi da parte della parte più arretrata dell'elettorato americano.
Si legge anche che la Manhattan liberal, e ormai spesso sconfitta, sta valutando di mitigare le sue posizioni in fatto di diritti civili e sociali, pur di "tornare a vincere".
Ma è giusto che si prendano posizioni conservatrici pur di ottenere un successo elettorale? E' questo il compito della politica - vincere inseguendo il consenso, gli umori dei cittadini? O non è piuttosto il contrario - convincere gli elettori della bontà delle proprie tesi?
Il realismo porta a considerare la vittoria l'obiettivi principale: se eletti, però, è obbligatorio mantenere le promesse (vero Berlusconi?) a prescindere dalla correttezza, dalla coerenza, dalla saggezza delle politiche necessarie a raggiungere gli obiettivi del patto elettorale.
E fino a che punto è lecito arrivare?
Se la maggioranza dei cittadini è a favore della pena di morte, per essere chiamati al governo del paese si deve proporre l'applicazione della pena capitale?
Oppure diviene necessario imbrogliare gli elettori, presentando in campagna elettorale un programma politico e poi applicandone un altro, una volta eletti. (Forse era a questo che puntava Clinton. Oppure non è davero interessato ai diritti degli omosessuali. E chissà cosa è peggio.)
Preferiamo Kerry, allora, che tiene coerentemente il punto con le sue idee più illuminate e non si mette a seguire l'avversario sul piano del fondamentalismo religioso, solo per accontentare gli impulsi di pancia dell'elettorato, e porta dalla sua quasi metà dei cittadini americani. E preferiremmo ancora di più un candidato presidente che dicesse basta alla pena di morte, a costo di perdere ancora le elezioni, ma con l'obiettivo di cominciare a instillare un dubbio in quel paese dalle false certezze e di mostrare che milioni di americani hanno già compiuto questa scelta.




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