L'amico perduto
Saddam avrebbe potuto essere un caro amico di Bush (e Berlusconi) almeno quanto Muammar Gheddafi.
Secondo il cardinale Renato Raffaele Martino, ex-nunzio apostolico all'Onu, Saddam Hussein era infatti pronto ad accettare nuove ispezioni delle Nazioni Unite con l'obiettivo di giungere a patti con l'Occidente.
Sarebbe sceso a patti per conservare il potere, per migliorare il suo appela internazionale, per salvare la pelle, per continuare ad arricchirsi. Insomma, avrebbe fatto, né più né meno, la furbsca operazione del colonello libico. Tuttavia, lamenta lo stretto collaboratore del Papa, al dittatore iracheno non è stato lasciato il tempo per la "conversione".
Chissà se sarebbe davvero andata così. Alcuni segnali, che le Nazioni Unite e gli ispettori insistevano a voler sottolineare, parevano effettivamente condurre a una soluzione di quel genere. Ma Bush aveva fretta. Fretta di tenere alta la tensione sul fronte terroristico, mentre sfumava l'effetto Afghanistan, al punto di inventarsi di sana pianta le motivazioni per giustificare l'attacco all'IRAQ. Come il lupo che cerca di giustificare preventivamente il suo imminente omicidio nella celebre favola del lupo e l'agnello.
Adesso l'Occidente ha un potenziale amico in meno - Saddam era peraltro un amico degli Stati Uniti ai tempi dell'Iran komheinista - e numerosi nemici in più.
Se la real-politik, in barba alle questioni morali e diplomatiche, si applica alle relazioni con alcuni dittatori come Musharraf e Gheddafi, perché non è stata adottata anche con Saddam?
Pietro Giliberti




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